Ventimiglia. La porta blindata per entrare in Europa

Ventimiglia, porta occidentale d’Europa. Case colorate, strade da percorrere in salita per raggiungere i giardini botanici di Harbory e poi il fiume Roia, che divide la parte alta da quella bassa della città.
Nella zona moderna  di Ventimiglia, costruita intorno al 1800,  tra ristoranti e alberghi, lungomare e corso principale, si mescolano centinaia di accenti e lingue diverse.
In estate migliaia di turisti attraversano le vie di questa cittadina popolata da circa 30 mila abitanti. A un passo da qui, la Costa Azzurra.
Il fiume Roia non traccia solo la linea di confine italo- francese, ma separa  “noi” e un “loro”.
Tra chi ha diritto di restare in Europa ed essere riconosciuto come essere umano e loro, i migranti.

 

VITE DI SCARTO
I governi occidentali hanno fallito. La globalizzazione ha fatto un buco nell’acqua quando, imponendo le leggi del libero mercato, ha accantonato il Welfare e la tutela dei beni comuni in nome degli interessi economico- finanziari.
E’ in questo sistema che si inseriscono le innumerevoli guerre legate al petrolio e il land grabbing– nuova forma di colonialismo-; responsabili degli innumerevoli spargimenti di sangue e della migrazione di milioni di vite.

Vite umane paragonate ai “rifiuti” da una Fortezza Europa capace di sbarrare le porte e di praticare un’accoglienza indegna.
Vite umane su cui vengono riversati odio, paura e insicurezza di Paesi assuefatti a una politica della legalità a tutti costi (anche se rispettare una legge significa sacrificare l’umana pietà), del terrore e del diverso inteso come unico colpevole dello sfacelo del nostro tempo.

La crisi degli Stati crea barriere e alza muri dietro cui arrancano le “vite di scarto” in fuga sulle nostre coste.
Che si scappi da una guerra, da persecuzioni politiche o si rifiutino condizioni economiche precarie, chi arriva in Italia si scontra con procedure burocratiche complesse e inadeguate.
Impronte, documenti mai ottenuti, comunicazioni scritte in italiano senza alcuna traduzione e poi di nuovo la fuga.
Il salto di una frontiera che, se riuscirà, aprirà la vita a nuove possibilità.

Vite al margine.

Mohammed, Mamadou, Omar, Ibrahima, Mustapha sono solo alcuni dei migranti a cui dalla rovente estate del 2015, quando la Francia ha deciso di abbassare le sbarre chiudendo la frontiera, qualcuno ha dato loro un nome.
Da quel momento in poi, fra sgomberi e scene di violenza, atti di generosità compiuti dal basso, Ventimiglia è diventata il punto di arrivo, e di attesa, per chi vuole uscire dall’Italia.
Solo nel 2016, qui, hanno transitato almeno 25 mila persone. Molte donne, bambini e soprattutto tanti minori che ancora oggi vengono rispediti indietro dalla Gendarmerie francese per svanire spessonel nulla.

Per molti mesi, la Chiesa delle Gianchette ha dato riparo a circa 13 mila persone.  Poi, l’ultimo “attacco”.
Lo sgombero e il trasferimento dei presenti al Parco Roia, dove la Croce Rossa gestisce il campo istituzionale creato per risolvere “l’emergenza”.
Ma il posto non c’è per tutti.

Così, lontano dagli occhi di turisti occupati a tuffarsi nella movida ligure, la riva sinistra del Fiume Roia è diventata un vero e proprio per rifugio per chi non ha trovato riparo altrove.

Letti improvvisati con sacchi a pelo, coperte, cartoni in un ambiente inospitale. I migranti cercano di trovare tepore come meglio possono: la notte è lunga e umida, vicino al letto del fiume Roia.
E deve passare, mentre si prova ad attraversare la frontiera saltando a bordo di qualche treno merci o percorrendo la lunga galleria ferroviaria al buio. Qualcuno tenta addirittura di seguire un vecchio sentiero in mezzo ai Monti. Si chiama Passo della Morte, e di tanti migranti non si è mai più avuta notizia.
Altri, invece, il giorno cercano di prendere un treno dalla stazione di Ventimiglia. Direzione Costa Azzurra. Raramente capita che riescano ad allontanarsi minimo 30 km dal confine (distanza utile per non essere rispediti indietro). La prima fermata della tratta Cote D’Azur è Menton Garavan.
La gendarmerie si prepara con manganelli e chiavistelli per aprire le porte dei bagni; sale sulle vetture e blocca i vagoni per venti minuti più o meno. Basta avere la carnagione olivastra per essere fermati: se non sei in regola, scendi giù e vieni portato alla frontiera.

All’alt non ci sono molte possibilità: o vieni rispedito in Italia, magari a piedi sotto il  sole e con 40°; oppure sei caricato su un bus. Se capiti sul pullman comincia una partita a ping- pong: da Ventimiglia a qualche hotspot; preferibilmente Taranto e poi di nuovo in giro per l’Italia senza un soldo, o rimpatriato.

C’è chi ha provato a varcare quella soglia oltre venti volte e ora, stremato, si accontenterebbe di ottenere i documenti e restare in Italia. Tra una partita a domino e un’altra a scacchi, la vita prova a procedere secondo una straordinaria normalità; mentre le otto di sera si avvicinano e alcune ong si preoccupano di offrire un pasto caldo ai ragazzi.

Scende la sera su Ventimiglia.
Un’altra notte di sogni e speranze,  muri da saltare e ponti da costruire, sta per arrivare.

 

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