Come nasce questo blog?

“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.” (Art. 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, 10 dicembre 1948, Parigi)

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, quegli stessi Stati responsabili di atroci crimini contro l’umanità pensarono come qualche dichiarazione ricca di buoni propositi, e sistemi giuridici formalmente fondati su ideali di libertà ed eguaglianza, fratellanza e solidarietà, in futuro, avrebbero potuto arginare le ondate di barbarie che fino a quel momento avevano insanguinato e violentato ogni parte del globo.
Dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo fino ai nostri giorni, le grandi promesse di pace e di comunità fraterne restano solo proclamazioni cariche di speranze impresse nero su bianco. Nulla di più, niente di meno.
Dentro e fuori casa nostra, assistiamo da anni a ogni forma di violenza consumata sulla pelle delle popolazioni più deboli. Da decenni si verificano guerre, persecuzioni, disastri ambientali e sconvolgimenti climatici in grado di spostare milioni di persone entro i confini dei propri Stati o all’esterno del proprio territorio. Marce lunghe, silenziose, avvolte nel dolore per dover abbandonare la propria terra e ricche di speranza per una vita migliore. Sogni di una felicità a volte infranta insieme alla dignità dell’essere umano annegato in mare, ucciso in un bombardamento, maltrattato nelle carceri libiche, umiliato sulle coste greche o italiane o nel freddo di un campo profughi in Serbia. Violentate e costrette a prostituirsi lungo le strade da noi percorse tutti i giorni, migliaia di donne vengono abusate ma per noi sono solo “esseri invisibili”: prostitute. Uomini e donne venduti e schiavizzati dal caporalato nelle campagne italiane; costretti alla delinquenza dalla criminalità di Paesi che non sanno accogliere e integrare. Incarcerati e sbattuti fuori dalla Fortezza Europa, che appoggia i rastrellamenti del Decreto Minniti Orlando e poi celebra i funerali di Stato per il prossimo barcone che affonda o si asciuga le lacrime di coccodrillo per un piccolo cadavere rinvenuto su qualche spiaggia della Calabria, della Sicilia, della Turchia o di qualche litorale più vicino ai luoghi di partenza dalla disperazione.

Tutto questo accade ai migranti; troppo spesso identificati secondo categorie e numeri, cifre, incapaci di guardare oltre nazionalità e colore della pelle. Troppe volte visti come “clandestini”, “degrado” e raramente riconosciuti nel loro valore di esseri umani. Sulla pelle dei migranti si si sta speculando e creando enormi giri di business volti ad alimentare odio, razzismo e morte che sono appuntamenti ordinari. E’  quasi “normalità”; mentre si affoga nell’indifferenza e sembra che tutto questo orrore faccia parte di una crudele ordinaria quotidianità. Non fanno più effetto le bombe cadute sugli ospedali in Siria o in un mercato a Kabul. Lontano dagli occhi, ci sono terre sconosciute: “non sono come noi”. Noi e loro. Loro e noi. Ed è questa staccionata ad aver annullato qualunque senso di pietà.

“OpenTheBorders. Storie oltre muri, recinti e confini” è figlio di un’idea, di rabbia e d’amore, spuntata per caso in un freddo pomeriggio di gennaio quando apprendo l’ennesimo sbarco avvenuto a Reggio Calabria e leggo dello “scatolone”, il big box, una vecchia palestra nella periferia reggina dove i migranti vengono ammassati e vivono in condizioni igienico sanitarie precarie. Complice il vizio e la passione per la scrittura, le contraddizioni sempre più nette fra ciò che “la legge dice e ciò che la legge fa” mi spingono a voler intraprendere una sorta di viaggio che ha inizio proprio dalla Calabria.  Attualmente, questo cammino ha deciso di non restare fermo al territorio calabrese e di guardare anche oltre; come all’hotspot di Taranto o ai muri alzati a Ventimiglia e alle esperienze di resilienza e fratellanza che in questi giorni neri fortunatamente esistono. Sul blog proverò a raccogliere i racconti ascoltati e a descrivere le tappe di questo lungo itinerario che punta a fermarsi, prima o poi, diventando una pagina da sfogliare.

Al di là  dell’obiettivo di scrivere e denunciare, resta ferma l’intenzione di contribuire, per quanto mi sia possibile, a costruire una società meno individualista e fondata su quel senso di solidarietà andato ormai perduto e negato davanti alle difficoltà vissute da altri. De Andrè cantava che il dolore degli altri è un dolore a metà, ma se riuscissimo a provare maggiore empatia verso le sventure altrui, a tendere una mano verso uomini donne bambine e bambini che scappano da bombe e sciagure causate da chi ancora continua a devastare territori sottomessi secondo una nuova forma di colonizzazione, avremmo un mondo migliore.